Emolumenti percepiti dal lavoratore residente in U.K. e dipendente di una Società Italiana: quale rilevanza fiscale?

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Con la Risposta ad interpello n. 296/2021 l’Agenzia delle Entrate chiarisce i criteri di tassabilità degli emolumenti erogati da una Società italiana al lavoratore dipendente residente in Gran Bretagna.

Il fenomeno Brexit mette in luce numerosi aspetti interessanti, legati alle relazioni tra Gran Bretagna e Stati Membri dell’Unione Europea, specie con riguardo a IVA e diritti doganali, ma talvolta può generare perplessità nel contribuente anche in merito a forme di doppia imposizione internazionale.

È ciò che accade nel caso che ci prestiamo a commentare, ove l’istante di un interpello, proposto canonicamente ai sensi dell’art. 11, comma 1, lett. a) dello Statuto del Contribuente (L. 212/200), è una Società residente in Italia che eroga compensi ad un suo lavoratore dipendente, residente nella neo uscita dal territorio U.E.

In particolare, quest’ultimo, fornisce la sua prestazione lavorativa in modalità smart, avvalendosi dunque del lavoro a distanza (presso la sua casa di residenza in U.K.), mediante il pc aziendale, lavorando sul server dell’azienda che, si ricorda, ha sede in Italia.

Ebbene, il punto di domanda della società istante consiste nell’individuare la corretta potestà impositiva tra i due Stati (rectius: sede della società o residenza del lavoratore) in merito agli emolumenti erogati al lavoratore. In altri termini, viene chiesto all’Amministrazione Finanziaria di stabilire quale Stato sia competente ad attrarre a tassazione i proventi di questa attività lavorativa, per così dire, ibrida.

Preliminarmente, un aspetto che chi scrive ritiene interessante è connotato dalla potestà impositiva nelle fattispecie di prestazioni lavorative virtuali. Infatti, nell’istanza di interpello la società fa notare all’Amministrazione Finanziaria, che il server utilizzato dal telelavoratore è di proprietà dell’azienda italiana e localizzato in Italia.

Si evince, così, la presenza di un fenomeno che sempre più andrà a delinearsi (ora enfatizzato in modo esponenziale dal fenomeno Covid), e che necessiterà di un’apposita disciplina, soprattutto fiscale.

Tuttavia, nel caso di specie l’Agenzia delle Entrate sembra non focalizzarsi sulla virtualità della prestazione lavorativa, individuando il nodo della questione giuridica in altre sfaccettature del caso concreto.

Come si evince dalla risposta fornita alla società, la n. 296 del 27 aprile 2021, per l’ordinamento tributario interno si considerano prodotti in Italia i redditi di lavoro dipendente prestato nel territorio dello Stato (art. 23, comma 2, lett. c) del TUIR).

Ad integrazione dei principi interni, poi, la disciplina convenzionale soddisfa questioni giuridiche che emergono tipicamente dalle relazioni internazionali tra i diversi Paesi.

L’art. 15 della Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Regno Unito (Legge di ratifica n. 329/1990) sancisce che: “I salari, gli stipendi, e le altre remunerazioni analoghe che un residente di uno Stato contraente riceve in corrispettivo di un’attività dipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che tale attività non venga svolta nell’altro Stato contraente. Se l’attività è quivi svolta, le remunerazioni percepite a tal titolo sono imponibili in questo altro Stato”.

Da tale disposizione si evince che:

  1. il principio generale è la tassazione esclusiva dei redditi da lavoro dipendente nello Stato di residenza del beneficiario;
  2. la deroga a detto principio si ravvisa nella potestà impositiva dello Stato ove l’attività lavorativa è svolta, indipendentemente dalla residenza del soggetto beneficiario.

Con riguardo, poi, all’attività di telelavoro, il Commentario all’art. 15, paragrafo 1, del modello OCSE prevede che per individuare lo Stato contraente in cui si considera effettivamente svolta la prestazione lavorativa occorre avere riguardo al luogo dove il lavoratore dipendente è fisicamente presente quando esercita le attività per cui è remunerato. E ciò indipendentemente dal luogo in cui sono utilizzati i risultati della prestazione lavorativa.

Alla luce di ciò, dalla combinazione della normativa interna e quella internazionale, così come interpretata dall’OCSE, che rappresenta il riferimento strutturale delle questioni giuridiche internazionali, si può evincere che nel caso di specie, il telelavoratore che presta la sua opera nello Stato di residenza (Gran Bretagna), per conto della Società residente in Italia, è tassato in Gran Bretagna. La Società, quale sostituto d’imposta, non sarà dunque tenuta ad operare le ritenute alla fonte, come avverrebbe se la prestazione si svolgesse in Italia, operando, viceversa, il regime convenzionale.

A tale stregua, per beneficiare del regime di esenzione sarà premura del telelavoratore presentare alle Autorità Fiscali italiane la documentazione idonea a dimostrare il possesso dei requisiti di cui sopra.

Ebbene, è interessante far notare a chi legge come siano malleabili i concetti di residenza, stabile organizzazione, luogo di prestazione dell’attività lavorativa, presenza fisica del contribuente in uno o nell’altro Stato ed il lasso di tempo in cui essa si protrae nel corso dell’anno d’imposta, al fine di vestire il contribuente stesso della disciplina fiscale corretta. Questi concetti acquisiscono poi maggior rilevanza in un mondo dove i confini tra virtualità e fisicità sono sempre più labili, con effetti diretti soprattutto nella disciplina fiscale.

 

Dott.ssa Eleonora Dell’Anna
Avv. Dario Marsella

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AVV. DARIO MARSELLA

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